E se invece di cambiare fiorissi?

 

My Life Is a Tree, 80X90 2018, Opera di Carla Bedini   Courtesy Galleria Ca’ di Fra’, Milano

 

In questo articolo, ripreso dal mio ultimo saggio Artiterapie Meditative (Dissensi Ed. 2018), descriverò il caso di una giovane ragazza che ho seguito per circa un anno con sessioni individuali di ArtCounseling ad orientamento bioenergetico: questo caso mi sta particolarmente a cuore perché ha coinciso con un momento in cui il passaggio dalla formazione all’attività professionale che stavo vivendo io in prima persona corrispondeva al passaggio dall’adolescenza alla giovinezza che stava attraversando la mia cliente. Correva l’anno 2010.. circa una decina di anni or sono! Oggi il mio stile è sicuramente cambiato, e arricchito da molti altri strumenti, ma mi fa comunque piacere raccontarti com’è stato all’inizio…

Lisa si affaccia alla porta del mio studio con passo esitante. Riconosco quel viso delicato e contratto: l’avevo incrociato la settimana precedente in occasione di una serata di presentazione della mia attività e già in quell’occasione avevo notato la sua tendenza a non farsi notare. Lisa ha 25 anni, una costituzione minuta, la pelle chiara, la mascella serrata e gli occhi costantemente sgranati come se temesse l’esplosione di una qualche disgrazia da un momento all’altro.

Il problema che mi rivela per primo, tradendo il riserbo iniziale, riguarda gli attacchi di panico, disturbo di cui soffre ormai da più di dieci anni. Oltre al disagio in sé, mi racconta di avere grandi difficoltà con il suo ragazzo e con le sue compagne di appartamento, a cui non ha mai parlato di questo problema per via dell’imbarazzo che ha sempre provato al riguardo. In più, da vari mesi è bloccata nella scrittura della tesi, che non riesce a completare per difficoltà di concentrazione e per problemi di ansia collegati anche alla sua confusa situazione sentimentale.

Lisa si lamenta dell’eccessiva pressione che sente esercitare su di lei dal suo compagno e dai suoi genitori: “Sono tutti interessati alla mia tesi e a cosa deciderò di fare dopo la laurea, nessuno però si interessa a me!”. Anche se faccio sempre molta attenzione a non cadere nell’errore di interpretare troppo presto il disagio, sia un counselor che un artiterapeuta  osservano senza interpretare, in quella frase mi sembra già di intravedere il nocciolo del problema: la paura di crescere, di non riuscire ad assumersi le proprie responsabilità, la paura di fallire, quella che solitamente segna il passaggio dalla fase adolescenziale a quella adulta, uno dei momenti più delicati nella vita di ogni essere umano.

Lisa mi racconta che gli attacchi di panico si fanno sempre più intensi ogni volta che prova emozioni particolarmente profonde, come quelle che vive dopo aver avuto un rapporto intimo col suo compagno. In tutte queste occasioni, è come se in lei si attivasse un meccanismo perverso finalizzato a distruggere l’intensità del piacere, e a riportarla alla sua vecchia forma più facilmente gestibile: quella della bambina piccola di un tempo alla quale le principali figure di attaccamento, per prima la madre, hanno fatto pressione affinché si conformasse all’immagine della bambina ideale, diversa dalla vera Lisa e dalle sue pulsioni più autentiche.

Perché Lisa non riesce mai a gestire il piacere e ha un bisogno costante di scacciarlo via attivando le crisi di panico? Forse perché finora non ha mai avuto esperienze di questo tipo? Forse perché la situazione che meglio conosce (e ri-conosce) è collegata all’angoscia?

Durante uno dei nostri incontri, mi racconta che anche col suo compagno, specchio più o meno conscio dei vecchi patterns di un tempo, è continuamente dilaniata tra il senso di mancanza, ogni volta che lui si allontana, e una sensazione di invasività che le fa venire l’impulso di scacciarlo lontano ogni volta che lui cerca di stabilire un contatto più stretto. Quest’ultima, a dire il vero, è la sensazione che le crea maggior disagio, perché riattiva l’invasività vissuta a suo tempo da Lisa bambina, risultandole quindi un’emozione molto familiare, e il devastante senso di colpa che ne deriva.

Utilizzando gli esercizi bioenergetici come pratica privilegiata per l’autoregolazione emotiva, propongo a Lisa un primo esercizio: sedute l’una di fronte all’altra, le chiedo di stabilire una distanza tra noi che la faccia sentire a suo agio. Dopo pochi minuti inizio ad allontanarmi molto lentamente da lei, invitandola a percepire il suo sentire al riguardo. Ancora una volta, emerge nitido il conflitto tra il suo bisogno di autoprotezione e il bisogno dell’altro, che tento di rimandarle allo scopo di rivelarlo alla sua coscienza.

A questo punto, la invito a provare a dare corpo a questa sua lotta interiore con l’esercizio dello scalciare sul cubo bioenergetico (un cubo in gommapiuma ideato da A. Lowen per essere colpito in modo da facilitare l’espressione dell’energia aggressiva), dopo averla invitata a sdraiarsi. Emerge fin da subito la profondità del disagio: sembra quasi che le sue gambe siano completamente prive di carica energetica, come se non riescano a rivendicare la verità di quel conflitto che il cuore invece avverte con tanta chiarezza.

Perché Lisa non riconosce a se stessa il diritto di esprimere il risentimento accumulato negli anni?

Per facilitare la mobilitazione di energia, le suggerisco un lavoro sul respiro; la invito quindi a inspirare ed espirare senza mai interrompere la circolarità della respirazione e senza preoccuparsi di approfondire la quantità di aria inspirata attraverso un atto di volontà, ma solo restando aperta all’esperienza del lasciar accadere, della spontaneità del processo.

Dopo circa dieci minuti durante cui cerco di aiutarla a rilassarsi e ad approfondire la respirazione in modo naturale, le chiedo di alzarsi e di fare attenzione a quel gesto. In questo momento, il semplice atto di passare da una posizione sdraiata a una posizione prima seduta poi verticale, per noi acquisterà un significato molto particolare: quello di sentire, col corpo emotivo e non con la mente, cosa si prova stando sulle proprie gambe, facendocela, finalmente, da sola!

Lisa si alza con molta lentezza, evidentemente emozionata, noto dal colore della pelle che è completamente aperta al proprio sentire, avverto nella mia stessa pancia la pesantezza dei suoi piedi sul pavimento, primo uno, poi l’altro. Ed ecco che finalmente è  in piedi, perfettamente consapevole del significato che quella posizione sta rivestendo per lei durante questa esperienza. La esorto quindi a camminare per la sala, sempre molto lentamente, e dopo pochi minuti le chiedo di ripetere questa frase “Io sono una donna e ce la sto già facendo”. Passano più di cinque minuti prima che Lisa proferisca parola; non mi aspettavo che la semplice ripetizione di una frase potesse scatenare tanta resistenza! Nel frattempo avevo già deciso di aiutarla: cammino per la sala insieme a lei e inizio a ripetere a voce alta quella frase, rivivendo ancora una volta il terrore (ma anche la meraviglia) di lasciar andare la bambina che anch’io sono stata una volta.

Lisa rimane molto colpita da questa esperienza, ha il viso trasformato e gli occhi lucidi, mi abbraccia con tutta la forza che ha e mi confessa di sentirsi come ci si sente dopo aver scavalcato un muro troppo alto.

Due settimane dopo entra nel mio studio con lo sguardo entusiasta: gli attacchi di panico sono spariti, ormai è quasi un mese che non ne ha più (finora non le era mai successo), e finalmente sembra essersi sbloccata perfino con la tesi. Sono  molto soddisfatta per lei e il lavoro svolto.

Tuttavia, si lamenta ancora dell’atteggiamento assillante dei suoi genitori e del suo compagno, che, mi racconta, vogliono ascoltare solo discorsi sulla tesi o su progetti di lavoro, e cambiano sempre argomento ogni  volta che lei inizia a parlare di cose che, secondo loro, in fin dei conti sono solo sciocchezze.

Lisa è seduta sul materasso di fronte a me. Percepisco chiaramente il suo risentimento per non essere ascoltata proprio dalle persone che ama di più (soltanto oggi o anche un tempo?). Le propongo di ripetermi la parola “Ascoltami!” colpendo coi pugni sul materasso, e poco dopo anche coi piedi (come si trattasse della protesta di una bimba arrabbiata).

L’energia nei suoi pugni sale lentamente ma inesorabilmente, e quella parola, ascoltami, diventa quasi un urlo, un urlo disperato e lancinante, come uscito da una caverna scavata chissà dove. Ma ecco che all’improvviso si blocca.

Lisa ansima, dice di sentire molta paura, diventa pallida, le chiedo cos’è che la terrorizza così tanto, e lei mi risponde: “l’idea… di cambiare!”.

Quanto attaccamento abbiamo ai nostri atteggiamenti di sempre, positivi o negativi che siano; l’importante è la falsa sicurezza garantita dal mantenimento dei nostri vecchi equilibri, costi quel che costi, anche la nostra stessa vita.

Credo davvero che questa sia la paura più forte di tutte; la paura del cambiamento, della perdita della propria identità conosciuta, del vuoto, dell’ignoto e, chissà, forse anche del piacere!

La rincalzo ancora una volta, proponendole una lettura diversa del suo terrore: “E se invece di cambiare… fiorissi?”. Lisa scoppia  in un pianto a dirotto: la confidenza tra noi, l’energia irradiata dal suo corpo sottile, la fluidità dei nostri incontri da questo momento sarà cambiata per sempre. Lisa mi racconta che i fiori sono da sempre la sua passione: la sua casa è sempre piena di rose e piante di ogni tipo, i suoi vestiti hanno quasi sempre disegni floreali (me ne accorgo solo ora!), perfino i nomignoli ricevuti dai suoi ex fidanzati e dalle amiche di scuola hanno sempre avuto a che fare coi fiori!

L’immagine del suo cambiamento come fioritura la convince e  la rassicura, e per qualche sessione lavoriamo con l’Arteterapia, in particolare col disegno e l’argilla, facendo attenzione alla scelta dei colori, al loro significato e alla consistenza dei materiali da lavoro (la creta per l’accoglienza, il das per la determinazione, il pongo per il gioco…), scoprendo poco per volta le qualità che Lisa vorrebbe sviluppare nella sua vita da adulta.

Anche la Danzaterapia offre stimoli importanti. In uno dei nostri ultimi incontri, le chiedo di assumere una posizione col corpo che descriva il suo stato d’animo nel momento presente. Lei mette un pugno sul cuore e allunga un braccio verso di me, a testimoniare, ancora una volta, il conflitto trapelato fin dall’inizio, quello tra autoprotezione e slancio verso l’altro.

Nel tentativo di aprire quel suo lato forse ancora troppo protetto, le suggerisco di aprire lentamente il pugno e di provare ad allungare anche quel braccio verso di me, focalizzando l’attenzione sulle sensazioni che quel gesto le avrebbe suscitato.

Mi sento nuda”, sussurra con un filo di voce tenendo entrambe le braccia allungate in avanti. Sento un forte bisogno di integrazione, quindi le propongo di trovare una nuova posizione dove possa sentirsi a suo agio, pur avendo esplorato la nudità che deriva dall’essersi esposta totalmente verso l’altro. Lisa assume lentamente e nitidamente una posizione mediana tra la posizione di partenza e la seconda: evidentemente ha accolto l’invito e si è resa disponibile a una maggior apertura.

A questo punto la invito a camminare per la stanza e a trovare dei gesti di fioritura ogni volta che mi avrebbe incrociata, per aiutarla a cristallizzare l’esperienza dell’aprire e dell’aprirsi attraverso il gesto più eloquente di tutti, quello del corpo.

Dopo qualche minuto, le suggerisco di assumere la posizione di un fiore che sboccia e di restare ferma così, come fosse la scultura vivente di  un artista distratto che nella sua opera, forse, ha dimenticato ancora qualcosa: l’esistenza dell’altro.

Molto dolcemente, quindi, mi inserisco tra le sue braccia e cerco uno spazio anche tra le sue gambe, modellandomi naturalmente intorno alle linee di tutto il suo corpo, in un respiro più ampio delle nostre membra divise.

La nostra unione ha generato una statua meravigliosa e inattesa, un fiore più grande creato dai nostri due piccoli fiori, che nel rispetto delle parti forma un tutto decisamente più ricco. Le faccio notare la presenza di entrambe le nostre individualità (crescere, infatti, non significa scomparire) e insieme la straordinaria creazione di questa nuova forma, che arricchisce entrambe di nuove opportunità  e nuovi spazi di relazione.

A questo punto invito Lisa a dare un nome alla scultura creata dai nostri corpi, e lei risponde, stavolta senza alcuna esitazione: “La rosa in fiore”. Siamo ancora in due, sì, ma la rosa adesso è Una soltanto!

Quel pomeriggio Lisa sembrava proprio una bimba, eppure, ancora oggi, sento di aver  assistito al suo primo passo da donna.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Commenti della gente (2)

  • Sabrina 1 Aprile 2020 a 15:19

    Molto toccante questa storia, vediamo chiaramente come siamo inconsapevoli nostro malgrado della vastità che esiste in ognuno di noi, una vastità che ha solo voglia di manifestarsi nonostante la nostra cecità.
    E quando, finalmente, troviamo il coraggio di aprire gli occhi ci accorgiamo che tutto era sempre stato li ad aspettarci pieno d amore.
    Grazie Barbara.

    • Barbara Bedini 2 Aprile 2020 a 16:28

      Proprio così, cara Sabrina. Grazie di queste belle parole! Barbara

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