La Regina di Ghiaccio

La Regina di Ghiaccio

onorare noi stessi partendo dal corpo

La Regina di Ghiaccio, Opera di Carla Bedini, Courtesy Galleria Ca’ di Fra’, Milano

 

 di Barbara Bedini

L’incontro col primo seme di luce ha a che fare con un talento che personalmente ho faticato moltissimo ad accettare e a mostrare agli altri, praticamente per tutta la prima parte della mia vita: sto parlando della relazione col corpo. Ebbene sì, per sentirci davvero bene è inutile pensare tanto, passare ore ed ore fra mille pensieri, analizzare, riflettere, considerare e cercare di capire cosa va o non va nella nostra realtà se prima non ci fermiamo un attimo e cerchiamo di scoprire se amiamo davvero il nostro corpo! Parlo di amore perché quella fra noi e il corpo è una relazione d’amore vera e propria che comprende (anzi, dovrebbe comprendere) accettazione, gradevolezza, cura e rispetto, al di là dell’aspetto fisico con cui siamo venuti al mondo. Il rapporto col corpo è motivo di incontro-scontro con noi stessi e con gli altri molto più spesso di quanto si creda, e da lui dipende una quantità di malesseri, malcontenti e difficoltà che in fin dei conti coinvolgono a cascata anche molti, se non tutti gli altri ambiti della nostra vita. Chi di noi non ha complesso fisico che in qualche modo lo ha condizionato ad esempio nella sua sfera affettiva e sessuale?

A questo proposito, mi vengono in mente molte leggende greche che raccontavano di segni particolari sul corpo a dimostrazione, pare, di un legame speciale con gli Dei e di un destino particolare riservato a chi li possedevano. L’ho sempre considerato un piccolo stratagemma col quale i vecchi saggi consolavano chi aveva difficoltà ad accettare i suoi difetti fisici, magari anche per un timore inconscio di esser rifiutato dalla polis. In fondo gli antichi greci sono stati una delle civiltà che più ha avuto a cuore la fioritura dell’essere umano, nella sua espressione individuale e collettiva. D’altro canto, la forma più patologica di questo disagio è ben descritta dal DSM5, il manuale di riferimento degli psichiatri  e psicologi di tutto il mondo, che fra i disturbi mentali descrive anche quello chiamato dimorfismo corporeo, un disturbo causato dalla fissazione su uno o più difetti presunti (quindi, bada bene, non reali!) del proprio corpo che finisce per assorbire tutta l’attenzione della persona che ne soffre, con un evidente decadimento della qualità della sua vita.

Quanto a me, sono nata quarantotto anni fa con una grande voglia sul fianco destro, un angioma color marrone dai contorni irregolari, simile a una toppa di cuoio poggiata per sbaglio sulla pelle. Ricordo ancora i lunghi viaggi in treno da Lucca a Roma insieme a mio padre quando ero bambina, nel tentativo di trovare una qualche soluzione chirurgica o di altro tipo per risolvere quello che, appena ragazzina, iniziò a rivelarsi un problema. Ricordo anche le poche lezioni in piscina, avrò avuto sì e no sei-sette anni: tutti gli occhi puntati addosso, le risatine, i commenti, gli sguardi traversi di bimbi, adulti e ragazzi. E ricordo soprattutto il senso di umiliazione e vergogna che provavo ogni volta; non mi sentivo mai libera di fare un passo, né una bracciata, senza sentirmi addosso il giudizio delle persone, ostile, curioso e insistente, e con lui un senso di diversità e inadeguatezza che mi ha accompagnata gran parte della vita.

Al mare stessi sguardi fissi, stessi commenti, spesso cattivi e insolenti (“guarda    quella, sembra un cinghiale!”, “dovresti fare un giro in lavatrice!”, “copriti,  brutta!”).

Naturalmente decisi presto di chiudere sia con la piscina che col mare, e purtroppo con molte altre cose. Fin verso i 30 anni, per intenderci, non mi sono mai concessa neanche una gita fuori porta con le amiche per paura che anche loro avessero gli stessi pensieri carini sul mio aspetto, magari senza confessarli per ragioni di bon ton. D’altronde il liceo classico era noto per essere affollato di ragazzine belle, ricche e viziate, con cui, sono sincera, mi son sempre chiesta cosa avessi davvero a che fare. Credo mi abbia salvata la mia indole socievole e gentile. Le amiche non mi sono mai mancate, infatti, amiche sincere, profonde e intelligenti: il guaio è che credo di non averne mai goduto fino in fondo, perennemente frenata dai miei giudizi sul corpo e dalla fobia dello spogliatoio – in piscina, in palestra, in vacanza.. ovunque!

In realtà a rendermi “speciale”, speciale alla greca, voglio dire, non era solo quella voglia sul fianco: all’età di sette anni, durante una vacanza sull’isola del Giglio con i miei genitori e Claudio, mio fratello minore, accadde un episodio che contribuì a marchiare il mio corpo per sempre. Dormivamo tutti insieme nella stessa stanza, io e mio fratello in un piccolo letto a castello, i miei genitori quasi attaccati a noi nel letto grande. Una notte li sentii mentre facevano l’amore: sentii gli spasmi, i gemiti, le parole, compresi gli accertamenti, chiaramente superficiali, sul fatto che io e mio fratello stessimo davvero dormendo. Non ebbi il coraggio di fiatare, avrei voluto gridare, ma niente: restai immobile e zitta tutto il tempo, un tempo che mi parve infinito. Pregai solo Dio di farmi sparire dalla stanza! Lo pregai con tutte le forze, con tutta la disperazione di cui una bimba è capace.

La mattina seguente mi svegliai con il corpo costellato da piccole macchie bianche, macchie lisce sparse qua e là, soprattutto su gambe, piedi, ginocchia, gomiti e mani. Macchioline che di lì a qualche anno sarebbero diventate grandi, al punto da invadermi gran parte del corpo. La chiamano vitiligine, malattia autoimmune di origine sconosciuta, non solo per i medici ma anche per i miei genitori: non ho mai avuto il coraggio di raccontare loro cosa accadde quella notte, non sarebbe servito a nessuno – pensavo –, men che meno a cambiare le cose.

Questo mio corpo variopinto, maculato, ha condizionato tutta la mia vita: non solo la piscina, i bagni al mare, le uscite con le amiche, anche la mia vita sessuale con i ragazzi, la mia passione per la danza, il mio abbigliamento, il mio accettarmi insomma così com’ero in tutto e per tutto, a partire dagli strati e dai colori della pelle. Non è stato facile. Mi sono sempre accusata di essere vanitosa e superficiale, e davanti a chi sorrideva su una sedia a rotelle (ne ho conosciuti!) ho sempre ondeggiato fra rabbia e vergogna, incapace di capire fino in fondo perché per me sia sempre stato così duro accettare il mio corpo così com’era, sicuramente imperfetto ma per certi versi simile al manto d’un gatto.

Per fortuna sono sempre stata curiosa e abbastanza capace nello studio, fatto che mi ha permesso di costruire qualcosa di buono, seppur nell’intento – non sempre cosciente – di compensare la mancanza di autostima e fiducia in me stessa e nella vita. Nonostante i successi universitari tuttavia ho sempre sentito che mi mancava qualcosa, qualcosa di vitale, autentico e ampio. Oggi direi il cuore aperto, prima di tutto nei miei stessi confronti.

Durante tutti quegli anni ero comunque riuscita a non perdere del tutto il contatto col mio corpo grazie al teatro-danza. Nonostante un talento non proprio luminoso, riuscì perfino ad entrare in una compagnia semiprofessionale, avventura che interruppi dopo il primo spettacolo per le stesse ragioni di sempre. Era davvero faticoso, per me, incarnare – anche solo per finta – quella complicità, conflittuale e dinamica, che ogni ballerina bene o male stabilisce col corpo. Uscì dalla compagnia accampando la giustificazione degli impegni universitari, e tutto lì per lì sembrò sfumare via senza clamore né drammi.

Qualche anno dopo fu l’ennesima delusione sentimentale a spingermi definitivamente in psicoterapia bioenergetica. Rimasi – e tuttora a volte anche adesso rimango – stupita dalla potenza del respiro, quel sottile filo azzurro capace di ricollegare le trame spezzate dei vari corpi di cui siamo composti, che oggi ritrovo puntuale in una delle chiavi più potenti della Biotransenergetica, la persistenza del contatto, vale a dire: quando senti affiorare un dolore emotivo, non bloccare il respiro, non ti chiudere in te stessa/o! Respira anzi lentamente ma ancora più a fondo!

Oltre alla terapia psicocorporea, un’urgenza interiore mi ha portata a seguire per anni anche maestri di meditazione di diverse tradizioni – sufi, buddiste, induiste, cristiane – per scoprire che anche nelle faccende dello spirito il corpo resta protagonista assoluto, incarnazione, specchio e dimora dello Spirito stesso.

Per un ballerino, un sacerdote e un bambino, il corpo è il campo di gioco. Per un insegnante di meditazione, il tempio. Per uno psicoterapeuta, la mappa di mondi interiori e il miglior alleato con cui contemplare progressi e sconfitte.

Nel mio corpo ho scoperto il legame indissolubile tra vergogna e tremore, paura e chiusura, rabbia e compulsione, gioia e calore, mancanza e compensazione…

Nel corpo e attraverso il corpo ho avuto anche diverse peak experiences, o esperienze estatiche, come si chiamano in Psicologia transpersonale. Dall’imbarazzo sconvolgente di mostrarmi completamente nuda per dieci lunghi giorni in occasione di un seminario di guarigione zen col medico tedesco Devapath a cui avevo scelto di partecipare semplicemente per costringermi a mostrarmi senza veli, all’abbozzo di levitazione, come le descrisse lo psicoterapeuta psicosintetico Piero Ferrucci, durante un ritiro sufi col maestro domenicano Josè Reyes, passando attraverso molte esperienze estatiche di connessione col Tutto che crescevano di intensità ogni qualvolta ritornavo alla meditazione alleggerita delle energie stagnanti che ero riuscita a scaricare durante maratone bioenergetiche intensive.

Con la Biotransenergetica, un ramo della Psicologia transpersonale (in altre parole, psicospirituale) fondato dal dottor Pier Luigi Lattuada,  ho avuto la conferma di quanto il respiro possa davvero definirsi il ponte d’oro fra corpo e spirito.

Dopo le grida e le catarsi emozionali che avevo sperimentato nella terapia bioenergetica e nei gruppi terapeutici di Osho, e dopo l’austerità di certi ambienti meditativi che spesso sacrificano il corpo a favore dello spirito senza cogliere l’unicità dell’esperienza spirituale, incontrare Pier Luigi Lattuada per me è stato come incontrare per la prima volta un soffice, tenero abbraccio. Forse quello di un padre finalmente autorevole e comprensivo, ma non un qualunque padre carnale, un Grande Padre di cui ho avuto sete da sempre.

Ricordo ancora una sessione individuale con Pier in cui ho incontrato un archetipo del mio Sé, una Regina di Ghiaccio vulnerabile e benevola intensamente impegnata a chiedersi se l’amore esiste davvero. Una Regina cui forse mancava ancora il calore necessario per sciogliere tutto quel gelo, ma che, proprio da quella sessione, iniziò ad esser presente nella mia vita e a darmi il coraggio di ricordare ogni istante ciò che conta davvero, al di là dei regni dell’intelletto e delle parole. Anche questa esperienza è potuta essere grazie alla mediazione del corpo: per me sarebbe stato impossibile scendere negli abissi del Sé senza calarmi dentro ben aggrappata al respiro. D’altronde il flusso dinamico e interconnesso può essere ristabilito nel corpo, mai altrove.

Insomma, se non sono stata ancora abbastanza chiara quello che sto cercando di dirti è che negli anni ho capito che da sola la mente proprio non basta, che non puoi trascorrere tutta la vita sotto una campana di vetro né davanti una finestra scollata dalla percezione olistica dell’esistenza che trascende e include per forze di cose l’esperienza del corpo. Ne ho continue conferme, sia nella mia vita privata che con i pazienti che bussano al mio studio.

Affinché le mie sessioni si trasformino da semplici esercizi di conversazione ad esperienze olistiche integrali potenzialmente trasformative c’è bisogno di muovere il corpo, di ascoltarlo, dargli voce, farlo vibrare, carezzarlo, scuoterlo, accordarlo, riequilibrarlo e sfidarlo, se necessario.

I segreti e le viuzze che, magari senza dare troppo nell’occhio, possono accompagnarci al nostro benessere emotivo sono nascosti proprio lì, tra le pieghe della pelle, tra le tensioni muscolari, le rigidità, le mollezze, i tremori e tutto il sudore. Non c’è verso di bypassare l’ascolto del corpo senza bypassare un passo centrale dell’intero processo di cura e guarigione.

Nel corpo sono impresse le nostre memorie; l’epigenetica ormai ci parla di trasmissione intergenerazionale fino almeno alla terza generazione, e la pratica delle Costellazioni familiari ce la mostra ogni giorno: attraverso il sentire del corpo possiamo guarire anche un problema che ha a che fare con la nostra famiglia e i nostri familiari… figli, genitori, parenti o coniugi che siano!

E il corpo resta centrale anche nell’arte. Qualche tempo fa ho partecipato ad uno stage di teatro-danza con Marigia Maggipinto, ex danzatrice del TanzTheatre di Pina Baush, che considero una dea quanto a grazia, bellezza e creatività. Come mi è già capitato in passato, anche stavolta resto colpita dalla connessione a doppio filo tra lavoro psicologico e ricerca artistica; psyché e bellezza; anima e corpo.

Nel teatro-danza di Marigia Maggipinto, se vuoi insegnare all’anima a camminare, a correre e infine a volare, devi metterci il corpo. Devi praticare. Devi essere coerente, sincero, vero, spietato, nudo, prezioso, a partire prima di tutto dal contatto tra te e il tuo respiro, tra te e le sensazioni del corpo. Nel teatro-danza, come in ogni atto terapeutico che possa ritenersi genuino, ogni moto dell’anima deve essere allineato e coerente col corpo. Anche il terapeuta, quindi, non solo il danzatore, deve rimparare a metterci il corpo, a praticare se stesso nella materia più densa. Deve badare alla propria immagine e cercare di renderla coerente con l’insegnamento che propone, non certo per vanità, piuttosto per creare la vibrazione giusta affinché la guarigione possa spontaneamente accadere.

Un maestro buddista come Thich Nath Han, per esempio, col corpo ha sempre trasmesso un’immagine solida, stabile, determinata e accogliente assolutamente in linea col suo insegnamento: basta vederlo sedere in meditazione una sola volta per essere inondati dalla potente armonia di cui è intriso il suo messaggio.

E se vogliamo ampliare lo sguardo, anche uno sguardo antropologico ci rivela che in Africa i beduini allevano cammelli, sono umili pastori, eppure, se guardiamo bene il loro corpo, ci accorgiamo che è sempre immancabilmente decorato da oro e gioielli preziosi, come lo era quello di Maometto e delle principali divinità indiane e buddiste raffigurate nei gompa e negli stupa di ogni tempo e tradizione.

Considerare il corpo insomma è un fatto etico, ancor prima che estetico. Non ha niente a che fare coi difetti fisici che chi più chi meno abbiamo tutti, ha a che fare col significato e il valore che riconosciamo al tempio dello spirito e con cui onoriamo il nostro veicolo terreno, la nostra santa merkaba terrena, galattica e stellare.

In conclusione: a te piace il tuo corpo? Come lo tratti? Gli stai dedicando sufficiente cura, attenzione, piacere, rispetto…?

Insomma, perché ho deciso di parlarti proprio del corpo, prima di iniziare il nostro viaggio alla scoperta dei talenti speciali che il Creatore ti ha nascosto nel cuore? Perché proprio il corpo è premessa e supporto di tutti i semi di luce che se vorrai faremo brillare uno ad uno? Semplice… perché noi siamo esseri multidimensionali, composti da un intreccio magico e quintessenziale tra corpi diversi: il corpo materiale, e poi, a seguire, quello emotivo, energetico, mentale, animico e spirituale, o Corpo di Luce. E quando si parla di Corpo di Luce, il nostro corpo spirituale sottile, dobbiamo assolutamente capire che non si tratta di un corpo che vive sulle nuvole, in regni paradisiaci o troppo lontano da casa nostra, ma di un corpo che ha le sua fondamenta sacre e materiali proprio nel nostro corpo fisico.

Ecco perché il Conte Saint Germain, alchimista e avventuriero francese vissuto nel XVIII secolo molto conosciuto alla corte di Francia, accettava gli inviti a cena da parte dei nobili del tempo a patto che gli permettessero di portare il suo panierino e fosse lasciato libero di mangiare il cibo che si preparava da solo! Il nostro Corpo di Luce è influenzato enormemente dall’alimentazione con cui nutriamo il nostro corpo fisico, prima ancora che dai pensieri, dalle emozioni e dalle impressioni con cui nutriamo tutti gli altri!

Ed ecco che si coglie facilmente l’importanza del movimento, del contatto con la natura, della qualità dell’aria che respiriamo… una vera trasformazione della nostra vita non è possibile se non prestiamo la giusta attenzione al corpo, se non lo rendiamo un luogo accogliente e ospitale dove far incarnare e risplendere dentro ogni cellula la Luce che siamo! Quindi…buon Corpo a tutti!

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